Una settimana DoloMitica (VI parte)

Il programma di oggi, 26 luglio 2020, prevede l’escursione a Seceda e le Odle. Partenza dal parcheggio di Cristauta Praplan, a monte di Selva di Val Gardena. Scarponi ai piedi e zaino in spalla… e siamo pronti ad affrontare i circa 800 m. di dislivello che ci attendono.  Si va! Il cielo è nuvoloso, e le nubi avvolgono le Dolomiti. Sul sentiero incontriamo delle immancabili mucche al pascolo.

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Mucche al pascolo davanti al Sassolungo

Attraversiamo un bel bosco, dove ogni tanto si aprono begli scorci panoramici. Nel bosco incontriamo un simpatico scoiattolo.

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All’uscita dal bosco ci si parano davanti gli splendidi prati percorsi da una incredibile rete di sentieri. Seguiamo l’indicazione per Seceda, ma ad un bivio successivo non ne troviamo più. Ma come? Così perfetti questi Atesini… e adesso? Ad una malga, punto di ristoro, chiediamo informazioni a una cameriera: << Buongiorno, scusi per Seceda?>> e questa, col vassoio sulle mani, prontamente risponde: <<Zu, zu, zu!>> L’ultimo “zu” era molto ripido!

Arrivati alla stazione della funivia, punto panoramico, le nuvole avvolgono tutta la val di Funes, che ci resta invisibile.

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Le Odle

Comunque le nuvole contribuiscono a rendere fatato questo splendido posto.

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E incontriamo simpatiche marmottine e bellissime stelle alpine.

Mentre ci ristoriamo, vediamo arrivare un gruppetto di persone con degli zaini enormi. Ma dove andranno con degli zaini così?  Non erano semplici zaini, ma sacche del parapendio. Si mettono sul prato, dispiegano il parapendio e… via! si lanciano nel silenzioso vuoto delle dolomiti, cullati dalle correnti d’aria.

Intanto le nuvole si sono diradate e ora le Odle ci appaiono in tutto la loro verticalità, in tutto il loro splendore.

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Grazie agli impianti di risalita, quassù arriva parecchia gente, oltretutto è domenica. Prendiamo un sentiero opposto a quello che abbiamo risalito e iniziamo la discesa, così da completare l’escursione con un percorso ad anello. Un po’ stanchi, ma appagati e soddisfatti torniamo al parcheggio e rientriamo in val Badia e possiamo iniziare a preparare i nostri bagagli per fare ritorno in pianura.

Ma prima…

La mattina dopo, una volta lasciato libero l’appartamento che ci ha ospitato, percorriamo per l’ultima volta il passo Gardena e il passo Sella. Ci fermiamo a Canazei, perché da qui parte la nostra ultima panoramica escursione. Con la funivia saliamo al belvedere e iniziamo a percorrere il Viel dal pan. La giornata è bella e come sempre nuvole sparse qua e là sui monti. Il Viel dal pan si snoda ad una quota di circa 2400-2500 m., tra il gruppo del Sella e la Marmolada, con visione anche del Sassolungo e della Civetta.

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La Marmolada

Transitiamo dal rifugio Viel dal Pan.

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Uno dei punti panoramici sul lago Fedaia

Il sentiero si divide, una parte scende giù al lago, l’altra rimane in quota e prosegue per Porta Vescovo e il rifugio Padon. Arriviamo a Porta Vescovo a mezzogiorno passato, per il Padon manca ancora un’ora. Decidiamo di fermarci qui anche perché il ritorno a Canazei lo vogliamo fare a piedi e non in funivia. A Porta Vescovo ci fermiamo a un rifugio/ristorante modernissimo da cui esce musica  space ambient, roba da fantascienza, che cattura le mie orecchie. Ci accomodiamo sui tavoli all’aperto e concludiamo l’escursione con una doverosa fetta di strudel!

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“Strumenti di lavoro”

Oggi non incontriamo le classiche mucche, ma passiamo in mezzo a un folto gregge di pecore.

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le nuvole finalmente si sollevano e ci lasciano vedere le Dolomiti che ci hanno tenuto compagnia in questi giorni.

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Il gruppo del Sella

E concludiamo la nostra escursione e vacanza con l’ultima immagine della regina delle Dolomiti, la Marmolada.

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Iniziamo la lunga discesa verso Canazei. Risaliamo sulla nostra auto. Vediamo sfilare i paesi della val di Fassa e Fiemme; sfilano anche i meleti e i vigneti della valle dell’Adige. Il profilo delle montagne si abbassa sempre più, fino a che davanti a noi rimane il paesaggio piatto, avvolto di foschia e smog, della pianura. Le Dolomiti sono là dietro, nascoste. Il nostro è solo un arrivederci. Ci sono ancora tanti posti, tante montagne da visitare. Torneremo!

 

Una settimana DoloMitica (V parte)

25 luglio 2020, il giorno più lungo della nostra settimana in Dolomiti. Oggi abbiamo in programma il lago di Braies. Tappa fortemente voluta da mia figlia Martina, ma anche da me. Abbiamo aspettato il giorno con il meteo migliore. E’ il giorno più lungo perché inizia nel cuore della notte. L’obiettivo è fotografare l’alba al lago di Braies. Noi siamo in val Badia, a circa un’ora di strada dal lago, quindi sveglia alle ore 3:20!!! Alle 4:45 siamo sul posto, è ancora notte e nei pressi della palafitta una schiera di fotografi già pronti e in attesa. Comunque c’è posto anche per noi e piazziamo il nostro treppiede e aspettiamo. Il cielo non è proprio sereno, l’alba potrebbe essere un flop oppure potrebbe essere il top se quelle nuvole dovessero arrossarsi al primo sole. Inoltre nuvole di vapore vagano davanti alla Croda del Becco.

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Croda del Becco m.2810

Ci vorrebe un obiettivo da 16 mm. per poter includere tutto il riflesso nel fotogramma. Qualcosa dobbiamo tagliare. Oppure fotografare in verticale.

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Lago di Braies e Croda del Becco

Sono le ore 5:45, è il momento fatidico. Le nuvole si sono dissolte e si è alzata una leggera brezza che increspa la superficie del lago. Non c’è più il problema di includere il riflesso.

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Arriva il sole sulla Croda. E’ un’alba dalla luce bianca, niente di spettacolare. La Croda si arrossa solo un pochino.

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Il momento clou è passato; restiamo un attimo a goderci questo luogo magico. Poi iniziamo il tour del lago.

 

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Terminato il giro del lago, è ancora un po’ presto e decidiamo di visitare anche quello di Dobbiaco. Troviamo anche un chiosco carino per una veloce colazione.

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Lago di Dobbiaco

Ecco, ora possiamo fare ritorno in val Badia. Pranzare, recuperare un po’ del sonno perso e prepararci per la seconda parte della giornata.

Se la prima parte della giornata è stata dedicata all’alba, la seconda non può che essere dedicata al tramonto. Dall’alba al tramonto! Bene, verso le 18 partenza per il passo Giau. Abbiamo scelto questa meta per immortalare il nostro tramonto dolomitico.

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Ra Gusela m. 2595

Ci sono molte nuvole riusciremo a vedere il tramonto? Intanto il sole filtra tra le nuvole e illumina la Croda da Lago e crea giochi di luci e ombre.

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Croda da Lago

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La temperatura adesso è scesa, fa freschino e la giacca si rende necessaria.

Tra una nuvola e l’altra osserviamo il sole abbassarsi sull’orizzonte e calare dietro i Settsass.

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Settsass

Attendiamo ancora un po’ per assistere al crepuscolo.

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Morbide nuvole di vapore si adagiano sulle Dolomiti, come a proteggerle dal freddo della notte. E’ l’ultima immagine della giornata più lunga. Possiamo andare a dormire.

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Una settimana DoloMitica (IV parte)

24 luglio 2020, previsioni meteo pessime. Piogge diffuse già dal primo mattino. Avevamo programmato di andare al passo Giau e compiere un’escursione partendo da lì. Quando ci svegliamo non piove, anzi sembra quasi che voglia schiarire. Prepariamo gli zaini e usciamo, ma appena saliti in macchina inizia a piovere. Andiamo lo stesso. Quando arriviamo al passo Falzarego piove discretamente. Il cielo si è chiuso. Ci fermiamo e aspettiamo una schiarita. Anzi, la pioggia aumenta e… la temperatura diminuisce. Consultiamo di nuovo le previsioni: ora a passo Giau, contrariamente a ieri, danno pioggia fino alle 16; viceversa al passo Sella il tempo migliora e prevedono un raggio di sole per le 14. Andiamo là! Nell’attesa mangiamo i nostri panini in auto, tanto è quasi mezzogiorno. La pioggia cessa, usciamo andiamo a berci un caffè. Fa freddino, poca gente in giro. Alziamo lo sguardo, si intravvede la Tofana di Rozes, è impolverata di neve fresca.

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Tofana di Rozes m. 3225

Riprendiamo l’auto e ci dirigiamo verso il passo Sella transitando da quello di Pordoi. Mentre scendiamo ci fermiamo prima a fotografare il castello di Andraz, poi finiamo in un banco di nebbia. Anche la nebbia ha il suo fascino.

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castello di Andraz
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Nebbia. (photo by Martina)

Anche il Piz Boè è imbiancato da una leggera nevicata.

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Sullo sfondo il Piz Boè

E ci fermiamo anche per ammirare il Pelmo e la Civetta.

Dopo Arabba iniziamo a risalire i 33 tornanti del passo Pordoi.

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Giunti al passo, facciamo sosta. Scendiamo e saliamo su alla cappelletta e poi ci incamminiamo su un sentiero che si collega quello che arriva dal Belvedere di Canazei, noto come Viel dal pan. Da questo sentiero cominciamo a intravvedere la Marmolada.

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Lungo il sentiero sentiamo, giù in basso nel vallone, una marmotta che incessante lancia il suo fischio di allarme. La individuiamo sopra una delle tante rocce.

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Pensiamo che continui a fischiare, perché poco più avanti di dove siamo noi ci sono delle persone con un cagnolino, ma anche quando queste si allontano, la marmotta insiste a lanciare l’allarme. Guardando sui sassi scorgiamo qualcosa, c’è una volpe che se la dorme alla grande!

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Arriviamo a una sella da dove il panorama si fa grande. Possiamo vedere lo Sciliar e il Sassolungo incoronato dalle nuvole.

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Dall’altra parte vediamo la Marmolada

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Mentre torniamo verso il passo Pordoi, le nuvole cominciano a dare spettacolo.

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E siamo di nuovo al passo. Il tempo di scattare tre foto e si riparte.

Giù dal passo Pordoi e su al passo Sella.

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Passo Sella m. 2240
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Il Sassolungo

Non ci siamo fatti intimorire dal brutto tempo, abbiamo avuto la costanza di aspettare, la Natura ci ha ripagato offrendoci spettacoli e panorami mozzafiato. Anche una giornata di tempo avverso può avere il suo fascino.

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Le Cinque dita (Sassolungo)
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Punta Grohmann (Sassolungo)

 

 

 

 

 

Una settimana Dolomitica (III parte)

Il quarto giorno abbiamo in programma l’escursione all’Alpe di Siusi. Transitiamo dai paesi di Selva di Val Gardena, Ortisei e Castelrotto. Meriterebbero una sosta per visitarli, in particolare Castelrotto, ma abbiamo fretta di arrivare all’Alpe di Siusi. Giornata di sole pieno, anche qui c’è molta gente. Sull’ultimo tratto di strada ci sono dei lavori in corso e si forma un po’ di coda. Ma, in fondo, non perdiamo molto tempo. Lasciamo l’auto al parcheggio (un po’ caro, 18€, e mi rilasciano solo uno scontrino che all’uscita nessuno controlla. L’unica cosa dell’Alto Adige che mi ha lasciato un po’ perplesso, mah…), a un incrocio ci sono le indicazioni per una infinità di sentieri. Quale prendiamo? Non abbiamo una meta precisa, vogliamo fare la classica foto coi bei prati verdi e il gruppo del Sassolungo sullo sfondo. Ne prendiamo uno che sale, dal quale si ha una bella visuale sullo Sciliar.

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Lo Sciliar

Un quarto d’ora dopo ci accorgiamo che la maggior parte della gente ha preso un percorso basso. Torniamo sui nostri passi e prendiamo anche noi quella direzione. Abbiamo ancora una bella veduta sullo Sciliar.

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Lo Sciliar

Ed eccolo davanti a noi il Sassolungo e il Sassopiatto. Ma qualcosa non va, siamo contro sole e la luce è bianca e dura. Le foto non ci soddisfano. Bisognerebbe venire qui, pernottare nei paraggi e scattare le foto all’alba o al tramonto, quando la luce è più morbida. Ora dobbiamo accontentarci di questa luce.

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I prati dell’Alpe e il gruppo del Sassolungo

Va un po’ meglio guardando verso le Odle e l’Alpe Seceda, prossima nostra meta, ma anche qui c’è un po’ di foschia.

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Le Odle dall’Alpe di Siusi

I prati dell’Alpe fanno bella mostra di sé. Una signora ci ammonisce di non calpestare l’erba e di restare sui sentieri! Mamma mia!

Arriviamo ad uno snodo di sentieri. Proseguiamo per Saltria. Possiamo ammirare ancora lo Sciliar.

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Ora il sentiero scende abbastanza ripidamente tra il margine dei prati e quello del bosco. Un po’ d’ombra è quello che ci voleva. Quasi a Saltria incontriamo dei turisti con tanto di passeggino che risalgono il sentiero; ci chiedono se è percorribile con il passeggino. Sì, ma è abbastanza ripido da fare in salita e le radici sono un ostacolo. Mah, chissà se ce l’avranno fatta. Intanto siamo a Saltria, c’è un grande albergo, la strada e la fermata del bus. E adesso? Torniamo al parcheggio in bus? Non sia mai! Guarda di qui, guarda di là, individuiamo il sentiero per il ritorno, ma prima… sosta su una panchina all’ombra e consueto pranzo al sacco.

Riprendiamo il cammino, il sole ora è girato un po’ e illumina meglio il gruppo del Sassolungo e gli siamo anche più vicini. Lungo il sentiero incontriamo delle mucche al pascolo.

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Mucche davanti al Sassolungo e Sassopiatto

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This world is my world!
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Sassolungo e Sassopiatto

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Ormai siamo in prossimità del parcheggio di Compatsch, dove abbiamo lasciato l’auto. C’è ancora il tempo per una sosta turistica ai negozietti si souvenir e per una carezza ai cavalli.

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Oggi abbiamo compiuto l’escursione più lunga, 18 km!, poco dislivello, ma 18 Km! Stanchi, soddisfatti e cotti dal sole rientriamo in Val Badia. Ma prima una piccola sosta a passo Gardena per ammirare ancora una volta il Sassolungo da altra angolazione.

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Il Sassolungo da passo Gardena

 

 

 

 

 

Una settimana DoloMitica (II parte)

3° giorno. Escursione alle Tre Cime di Lavaredo; percorso ad anello intorno alle Tre Cime partendo e arrivando al rifugio Auronzo, quota m. 2330. Le previsioni meteo danno nuovamente possibili piogge dalle ore 16, quindi anticipiamo i tempi e intorno alle 8 siamo all’imbocco della strada per il rifugio; la strada è a pagamento e c’è già una discreta attesa al casello. Il parcheggio in alto è già molto pieno. Scarponi e zaino e via! E sembra di essere in processione tanta è la gente. Difficile riuscire a scattare foto senza includere la moltitudine umana.

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Rifugio Auronzo m.2330

Da quassù la vista è spettacolare, panorami su la Croda Rossa, il Cristallo, i Cadini, la valle d’Ansiei e laggiù nella foschia si vede Auronzo e il suo lago. Siamo proprio sotto le pareti a picco delle Tre Cime.

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Cominciamo ad aggirare le Tre Cime e ad avviarci verso il rifugio Lavaredo.

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Croda dei Toni

I Cadini, ora, si prendono tutta la scena.

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Alla forcella Lavaredo, m. 2454,  le Cime iniziano ad apparire nella loro immagine classica. C’è un sacco di gente, il tempo di scattare un paio di foto e via, verso il rifugio Locatelli. Dopo la forcella la gente diminuisce; i turisti si fermano lì, gli escursionisti vanno avanti.

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Le Cime da forcella Lavaredo

Ora il panorama è cambiato; passiamo sotto il monte Paterno, dalla parte opposta spicca la Croda Rossa; difronte abbiamo il rifugio Locatelli e alle sue spalle le Dolomiti di Sesto.

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La Croda Rossa m. 2965
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Rifugio Locatelli m. 2450
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Laghi dei piani in prossimità del rifugio Locatelli

dal rifugio la vista sulle Tre cime è spettacolare.

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Dolomiti di Sesto

Superato il rifugio proseguiamo nel nostro giro. Il sentiero ora scende ripidamente, fino ad una ampia conca glaciale dove sui prati pascola una mandria di mucche.

Abbiamo visto diverse foto delle Tre Cime specchiarsi in un laghetto. Ormai abbiamo quasi completato il giro, ma questo laghetto non lo abbiamo incontrato. Nei pressi della malga Langalm, m.2283, incontriamo un ruscello; lo risaliamo e sorpresa… un laghetto, piccolo, ma ideale per delle foto e sopratutto per una sosta per mangiare i nostri panini.

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Ritornati al rifugio Auronzo, l’ultima foto è per i Cadini.

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Facciamo ritorno al parcheggio e… una foto la merita anche la mia auto che ha arrancato sulla strada per il rifugio Auronzo.

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Abbiamo terminato il nostro giro abbastanza presto. Lungo la strada del rientro facciamo sosta ai laghi di Antorno e di Misurina. Il tempo è ancora bello, forse non pioverà.

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Lago Antorno e i Cadini
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Lago Antorno e le Cime di Lavaredo

Dopo Antorno ci fermiamo, appunto, a Misurina, circondato dai gruppi del Cristallo, del Sorapis e dai Cadini.

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Lago di Misurina e Sorapis sullo sfondo.

Iniziamo a fare il giro intorno al lago e vediamo ancora una volta le Cime di Lavaredo, protagoniste della giornata.

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E’ l’ultima immagine, l’acquazzone previsto per le 16 è incredibilmente puntuale. Ci coglie che siamo a metà lago; tornare indietro alla macchina o proseguire è uguale. Proseguiamo con passo spedito, poi veloce e infine di corsa sotto la pioggia battente. Risaliamo in auto e prendiamo la strada del ritorno sotto un bel acquazzone. Transitiamo da Cortina sotto tuoni e lampi. Poi una volta imboccata la strada per il passo Falzarego ritorna il sole e vediamo il temporale che allontanandosi crea un bel contrasto sul Sorapis e le Cinque Torri. Una sosta per due foto è d’obbligo.

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Una settimana DoloMitica. (I parte)

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Il lago di C.arezza con il Latemar

Da qui, dal lago di Carezza, lago dalle acque smeraldino cristalline, situato a 1534 m. di quota in Alto Adige, da qui parte la mia vacanza in compagnia di mia figlia Martina. Ci apprestiamo a raggiungere la Val Badia e transitando in val di Fassa, una deviazione per raggiungere il lago è d’obbligo. E’ una meta turistica molto gettonata ed è molto frequentato, essendo poco distante dal passo di Costalunga.

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Riflessi
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Il lago di Carezza e il Catinaccio/Rosengarten

Riprendiamo il viaggio, imbocchiamo la strada per il passo Sella. Altra breve sosta per ammirare il gruppo del Sassolungo.

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Passo Sella

Ora scendiamo i tornanti del passo e poco dopo iniziamo la salita verso quello di Gardena. Qui non ci fermiamo e proseguiamo, giù verso la val Badia. Oltrepassiamo Colfosco, Corvara e arriviamo a La Villa, ma siamo andati oltre, dobbiamo tornare un po’ indietro, a Verda, piccola frazione a metà strada tra gli ultimi due paesi. Prendiamo possesso della nostra piccola stanza e dalla terrazza ci si presenta uno splendido tramonto sulle cime del gruppo Fanes-Conturines.

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tramonto su Le Ciaval

Dopo il tramonto si torna su al passo Gardena, si va a fotografare la Via Lattea, purtroppo non ci riesce di vedere la cometa Neowise, perché rimane nascosta dietro le cime aguzze dei Cir.

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Via Lattea sulle cime del Sella

2° giorno. Escursione sul Lagazuoi. Le previsioni meteo danno possibilità di piogge dalle ore 16, quindi sveglia di buon’ora e via verso il passo Falzarego. Lungo la strada ci fermiamo per ammirare la val badia da un balcone panoramico.

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valle di san Cassiano, in fondo il solco della val Badia

Parcheggiamo l’auto sul piazzale del passo, quota 2105 m., tra il Lagazuoi e il Sass de Stria. Scarponi ai piedi, zaino in spalla e imbocchiamo, sotto il sole, il sentiero che ci porterà ai 2752 m. del rifugio Lagazuoi. Il panorama è subito immenso: Averau, Cinque Torri, Croda da Lago, lontano l’Antelao, Il Civetta,  il Pelmo, la Marmolada, il Sella…

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Da sin. Antelao, Cinque Torri, Croda da Lago e Averau

Lungo il sentiero, due passi d’arrampicata per raggiungere una postazione di vedetta della Prima Guerra Mondiale.

I prati verdi del fianco del Lagazuoi lasciano spazio all’ambiente desertico di Forcella Travenanzes a quota 2507 m.

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L’ambiente è desertico, ma ovunque spuntano piccoli fiori.

I colori sono stupendi.

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Fanes e Tofane
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Il Pelmo

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Siamo ormai in vista del rifugio Lagazuoi. Al rifugio si fa sosta per ristorarsi: canederli, polenta e salsiccia.

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Rifugio Lagazuoi m. 2752

Dopo la meritata sosta si riparte, ma prima di scendere, raggiungiamo la cima del Piccolo Lagazuoi m. 2778. Ma prima ancora è d’obbligo ammirare il panorama a 360° di quasi tutte le Dolomiti.

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La Marmolada dal rifugio Lagazuoi

Arriviamo alla cima del Piccolo Lagazuoi e il sole ha ceduto il posto a nembi minacciosi. L’acquazzone previsto per le ore 16 sembra essere in anticipo.

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Il tempo di scattare qualche foto e iniziamo a ridiscendere per lo stesso percorso. In lontananza vediamo la pioggia avvicinarsi, ma a parte poche gocce la scampiamo e rientriamo al passo Falzarego asciutti. La prima escursione è archiviata.

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Ci fermiamo al passo per scattare qualche foto.

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Sass de Stria m.2477
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Averau m. 2647

 

Tempo di girasoli

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E’ la prima volta che mi trovo a fotografare i girasoli. Volevo scattare delle immagini con la luce bassa, quasi al tramonto, sotto un cielo ricco di nuvoloni, ma…

Uscito di casa verso le 19:30 con il sole che iniziava ad abbassarsi sull’orizzonte, i bei nuvoloni del pomeriggio si erano dissolti e strada facendo il sole si è occultato dietro l’ennesimo temporale in avvicinamento. Ormai sono in strada e vado. Arrivato sul posto mi trovo sull’unico punto rialzato con i girasoli girati al contrario di come avrei voluto. Andiamo bene, il sole non c’è e i girasoli sono girati al contrario. C’è tanta gente e stanno scattando foto. Prendo la mia reflex e anch’io inizio a scattare immagini tenendola sollevata il più in alto possibile.

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Poi riprendo l’auto e mi sposto dalla parte opposta del campo. C’era una volta una canzone che diceva: lo sai che i papaveri son alti alti alti…

E se sono alti i papaveri… figurati i girasoli! Se li vuoi fotografare in pianura devi avere per forza una scala e sollevarti al di sopra di essi. Io per fortuna, su consiglio di un amico, mi sono portato la scala, perché da questa parte del campo sono proprio alti.

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Un, due, tre… Stella!!!

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Pizzo Stella m. 3163

Un giorno la Montagna disse alla Nuvola: vuoi giocare con me a “Un, due, tre, Stella”?

La Nuvola accettò il gioco. La Montagna chiuse gli occhi e cominciò a contare, mentre la Nuvola si muoveva verso di essa: Un, due, tre, Stella! Aprì gli occhi e colse il movimento della Nuvola. Questa ritornò indietro e il gioco ripartì da capo. Un, due tre, Stella! e la Montagna colse di nuovo il movimento della Nuvola. Andarono avanti così ripetute volte, finché la Nuvola si stancò di perdere in continuazione e disse: io con te non gioco più! Si voltò e si dissolse in una folata di Vento dell’Est.

La malga di Sîr

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Quando finisco di leggere un libro, e mi dispiace che sia finito, significa che quel libro mi è piaciuto. Questo mi accade più spesso con i romanzi. Quello che mi è successo leggendo “La malga di Sîr” non mi era mai accaduto.
Avevo voglia di leggere un romanzo, ma non avevo idea di quale. In biblioteca “La malga di Sîr” di Carlo Sgorlon, mi ha chiamato più forte di altri, e l’ho preso. Il romanzo è ambientato in Friuli, tra la fine della prima guerra mondiale e la fine della Seconda, narra le vicende di una donna, Marianna. Appena quattordicenne entra furtivamente nella fattoria dei Timaüs. Diventa amica del figlio maggiore, Fabio, di cui in seguito se ne innamorerà e ne resterà incinta. Ma Fabio, idee comuniste e rivoluzionarie, partirà per la guerra di Spagna a sostenere la brigata che combatteva la falange di Franco. Le cose in Spagna si misero male e Fabio si rifugiò in Russia, da dove non si ebbero più notizie. Marianna sposò il secondogenito dei Timaüs, Urbano. La seconda Guerra mondiale incalzava e Urbano si trovò spedito sul fronte Russo e ben presto venne dato per disperso. Ora anche l’Italia è nel pieno della guerra e dopo l’8 settembre diventa guerriglia. Il Friuli è terra ambita da tutti, soprattutto da Tedeschi e Slavi. Si formano i gruppi partigiani; Marianna senza accorgersene, quasi, si trova coi partigiani dal fazzoletto verde (moderati, democristiani …); tra i partigiani dal fazzoletto rosso (comunisti, titini slavi) c’è il redivivo Fabio, anzi ne è il comandante. Entrambi i gruppi lottano per cacciare l’invasore tedesco, ma tra i Rossi, gli Slavi hanno mire sulla Benecia Slovenska, e accusano i Verdi di collaborare con tedeschi e fascisti e li sospettano di spionaggio. Una banda di fuoriusciti Rossi massacrerà i Verdi presso la Malga di Sîr. Così l’autore racconta l’eccidio della Malga di Sîr, ispirandosi ai fatti realmente accaduti a Porzüs. I Rossi uccidono anche una donna pensando che fosse Marianna, ma si trattava di un’altra donna. Marianna verrà in seguito abusata e oltraggiata dalla stessa banda di Slavi. Ma la Liberazione è ormai vicina e l’autore, allo stesso modo di come fa sentire l’incalzare della guerra, ora fa sentire l’incalzare della Liberazione. Una notte Marianna viene svegliata nel sonno dal clacson di un’auto, che non sentiva ormai da molto tempo data la mancanza di carburante. Era l’auto di suo suocero, il conte Timaüs, che veniva a prenderla per portarla a vedere la ritirata della carovana tedesca. La guerra era finita.
Ed è qui, dove suona il clacson dell’auto, che mi è accaduto quello che non ho mai provato leggendo un libro. È come se quel clacson l’avessi sentito anch’io, mi è stato subito chiaro che era il segnale dell’avvenuta Liberazione. E mi è venuta la pelle d’oca! Che mi è rimasta anche per le due pagine successive. Roba da andare sul balcone a sventolare il Tricolore! Non mi era mai successo che mi venisse la pelle d’oca leggendo un romanzo. Non mi sono immedesimato tanto nella protagonista del romanzo, ma mi sono immedesimato molto nel periodo; era come se fossi presente anch’io, come se avessi partecipato anch’io alla Liberazione.
Il romanzo è molto raccontato, i dialoghi non sono tantissimi. È un continuo crescendo. Non è solo la storia di una donna e dei suoi famigliari, è anche un libro di storia; attraverso i personaggi del libro passa la Storia d’Italia tra le due guerre mondiali, la guerra di Spagna, l’Albania, i treni di Ebrei che partono senza ritorno la guerra partigiana. E ci sono gli Slavi che vogliono approfittare della guerra per annettersi il Friuli, la Benecia Slovenska.. Nel romanzo ci sono continui rimandi a “Guerra e Pace” di Tolstoj. Non l’ho mai letto e mi ha messo una certa curiosità di leggerlo. Nelle ultime pagine c’è spazio anche a una citazione a “Il sergente nella neve” di Rigoni Stern definito il più bel libro sulla guerra di Russia.

Il concerto

Monza 1988. Il campionato di calcio era da poco terminato con la sorprendente vittoria del Milan di Sacchi. L’orgoglio rossonero di Marco sventolava fuori dal balcone nel sole. E già una nuova emozione stava per bussare alla sua porta.
Una sera, già estiva, nel solito bar, avvolto nella nicotina, tra le bestemmie dei giocatori di briscola e i colpi delle palle da biliardo, Marco e i suoi amici, davanti alle solite birre, sparavano le solite cazzate per ammazzare la noia. Ma quella sera Luca aveva la notizia killer: “Ragazzi! Ci sono i Pink Floyd!”
A Marco la birra andò quasi di traverso. Tra un colpo di tosse e un altro riuscì a malapena a dire: “Come? Dove?”
“A Torino, allo stadio comunale il 6 luglio!”
Non avevano avuto bisogno di decidere se andare oppure no: “Andiamo!”
Giò buttò giù una sorsata di birra e poi disse: “Bisogna festeggiare. Antonio, un altro giro di birra!”

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Biglietto del concerto (foto web)

Ruggiva forte la Fiat 127 blu di Marco, lasciandosi alle spalle la grigia metropoli e inoltrandosi nella preziosa campagna vestita d’oro e di smeraldo. Nel tardo pomeriggio, con il sole in fronte e i biglietti in tasca, i ragazzi viaggiavano veloci verso Torino.
Marco era un vero patito dei Pink Floyd, aveva tutti i dischi, libri e spartiti con gli accordi per chitarra. Gli amici non vedevano l’ora di arrivare e si domandavano quali diavolerie avessero potuto inventare per quel concerto. I concerti dei Pink Floyd, da sempre, erano particolarmente spettacolari; non solo musica, ma giochi di luce e attrazioni anche bizzarre. I loro concerti erano veri e propri light show. Mica come quello vergognoso dei Rockets, a cui avevano assistito qualche anno prima, in playback! Che figura!
A quel punto il carniere dei loro concerti era aperto e cominciarono a rovistarvi dentro; tirarono fuori quelli a cui avevano assistito gratis, cominciando da quello dei pressochè sconosciuti Police al Palalido di Milano. La tattica per vedere gratis i concerti consisteva nell’appostarsi nei pressi del luogo del concerto e aspettare che Autonomi e Centri Sociali sfondassero i cancelli d’ingresso.
“Ecco che sfondano! Dai andiamo!” e si infilavano dietro l’ariete di sfondamento.
“No, no! Caricano! La polizia… Via, Via!” Nel fuggi fuggi generale si ritiravano in angoli più tranquilli in attesa di nuovi eventi.
“Dai sfondano di nuovo! Stavolta è la volta buona!” Poco dopo erano dentro, in una bolgia indescrivibile e si godevano gratis il concerto, magari già cominciato, magari strizzati come panni in lavatrice, ma gratis!
E così era stato per il concerto dei Dire Straits al Vigorelli, per Bennato a San Siro. Il più bello fino ad allora era stato quello dei Queen e quello più tosto un concerto della Premiata Forneria Marconi a Lignano Sabbiadoro, dove, con un esiguo budget finanziario che non permetteva l’acquisto dei biglietti e l’assenza di gruppi autonomi preposti allo sfondamento, avevano deciso di ascoltare il concerto dall’esterno del palatenda, improvvisamente le porte d’ingresso si aprirono, cosicchè si fiondarono dentro e si trovarono proprio sotto il palco a pochi metri di distanza dai loro beniamini.
Ora stavano per mettere nel carniere il concerto più prezioso: i Pink Floyd!
La campagna cedeva nuovamente il passo alla metropoli. Torino era davanti a loro. La sosta al casello, poi, via, di nuovo veloci sulla tangenziale. I pistoni nei cilindri alzavano la voce forte, ma facevano il loro dovere, mentre fuori dai finestrini i cartelli indicatori sfilavano via in un batter d’occhio.
“Vedi di non sbagliare uscita.” disse Giò a Marco tutto preso dalla guida.
Poi di nuovo: “Stadio! E’ qui! Gira, gira!”
Una violenta sterzata, le gomme stridettero sull’asfalto rovente. Gli amici sballottarono di qui e di là, una bestemmia echeggiò nell’abitacolo, cozzò contro imprecazioni di inaudita volgarità e si perse nell’odore di gomme bruciate.
Sani e salvi, poco dopo parcheggiarono l’auto e si incamminarono, assieme a frotte di gente, verso lo stadio. L’impatto fu impressionante, un palco grande quanto un palazzo dominava lo stadio; il prato gremito di fans nel sole: c’era chi si cercava, chi giocava, chi ballava intorno ad un registratore a cassette, chi dormiva buttato sull’erba del campo di gioco, chi si tirava gavettoni per ingannare il tempo e al tempo stesso rinfrescarsi, coppiette si tenevano strette incuranti del caldo… Marco e i suoi amici trovarono posto in gradinata, lì sembrava esserci più ordine e tranquillità. L’attesa si consumò tra panini al salame e lattine di birra a cui ogni tanto si mescolava un odore acre proveniente da lì attorno: “Uhm… senti?” disse Luca.
“Uhm..che odore… buono! Cos’è?” chiese Marco.
“Hashish!” rispose secco Luca.
“Porc…! però sa di buono.” disse Giò.
“Bah! Meglio birra e salame, va!” ribadì Marco.
Mentre intorno a loro qualcuno viaggiava sui fumi dell”erba”, il sole tramontava sullo stadio e su Torino. Le ombre della sera calavano su una band supporter subissata di fischi. Dura la vita dei supporters! Calava la notte, le stelle del carro dell’Orsa Maggiore, stracolmo anch’esso di fans giunti da recondite galassie, dominava il profondo nero cosmico, e altri fans che non avevano trovato posto sul carro si erano assiepati lungo la Via Lattea. Sì, perchè la musica dei Pink Floyd non è di questo mondo, ma spaziale, proveniente, chissà, magari da Cirrus Minor o dal lato oscuro della Luna. Non per niente la musica dei Pink viene spesso abbinata ad immagini che riguardano il cosmo. C’è da dubitare che i Pink Floyd stessi siano terrestri.
Una nota, un fascio di luce, un brivido lungo la schiena, la pelle d’oca, lo stadio esplode in un boato tale che nemmeno i gol di Platini erano mai riusciti a tanto.
“E’ “Shine on You crazy diamond!” gridò con entusiasmo Marco agli amici.
Il concerto era iniziato nel modo più delicato che ci si potesse aspettare. Tutti i fans ora seguivano in silenzio la musica dei Pink e quando David Gilmour attaccò con la voce, tutti cantavano con lui e le mani si spellavano in applausi. Seguirono alcuni brani del loro ultimo disco, A momentary lapse of reason, non bellissimo, ma dal vivo con giochi di luce, laser, filmati proiettati su uno schermo rotondo coronato da faretti in movimento alle spalle del gruppo e un letto che correva sulle teste dei fans, facevano il loro bel effetto. La performance dei Pink Floyd cominciava a salire di tono; adesso era la volta di One of these days, un brano mitico del gruppo. Nick Mason picchiava forte su piatti e tamburi della sua batteria, le gradinate tremavano sotto i suoi colpi; Guy Pratt, che aveva sostituito il mitico Roger Waters, tirava fuori le note più basse e le sprofondava nelle fondamenta dello stadio fin dentro le viscere della terra; David Gilmour scagliava le note più acute della sua Fender Stratocaster verso il cielo, oltre lo spazio infinito, verso altre galassie; le tastiere di Richard Wright erano il collante che univa il tutto. La musica dei Pink, come un magma incandescente, colmava lo stadio, debordava come colate laviche nelle vie adiacenti occupando ogni spazio, entrando nelle case dalle finestre aperte in cerca di frescura. Quella notte Torino era Pink Floyd.
Marco e i suoi amici si lanciavano sguardi estasiati, a bocca aperta, senza parole, brividi e pelle d’oca non li lasciavano un momento. Sfilarono i brani di The dark side of the Moon. Il momento più toccante arrivò con Wish You where here. Anche Marco la suonava con la sua chitarra ai campeggi estivi con gli amici, magari di notte in spiaggia. Lo stadio si accese di infinite piccole fiammelle. E poi Confortably numb, il brano più trascinante del gruppo. Tutti ora erano come dentro un vortice. Marco non capiva più nulla; non capiva se fosse giorno o notte, caldo o freddo, era fuori dal tempo, in un’altra dimensione; poteva essere negli abissi più profondi di un oceano o sulla vetta dell’Everest o sugli anelli di Saturno, avrebbe voluto gridare, ma un groppo gli serrava la gola, batteva le mani continuamente e saltava di gioia. Era come in estasi, completamente fuso, rapito dalla musica trascinante. No, non c’era bisogno di sballarsi con la droga o con l’alcool, la musica dei Pink, per Marco, era più potente della miglior droga; perchè la musica dei Pink Floyd è droga e come tutte le droghe crea dipendenza e una volta che l’hai assunta non puoi più farne a meno. Aveva quindici anni, Marco, quando un compagno di classe gli passò sottobanco una cassetta con la registrazione di Wish You where here. Quando andò a casa mise la cassetta nel registratore, si iniettò quella musica nelle orecchie e intraprese così il suo primo viaggio. Da allora Marco ne voleva sempre e sempre di più. Appena metteva da parte poche migliaia di lire correva a comprare un disco del suo gruppo preferito. Uno alla volta comprò tutti i dischi dei Pink floyd.
Il concerto, dopo i bis di rito, si concluse in un tripudio di fuochi d’artificio.
Con i fari piantati nel buio dell’autostrada, come chiodi nel legno, la 127 intraprese il viaggio di ritorno; la musica del concerto nelle orecchie colmò di soddisfazione la stanchezza della lunga giornata. Erano, infatti, stanchi e nessuno di loro parlava non avevano acceso nemmeno la radio per non togliersi di dosso l’aroma del concerto appena passato. Marco dentro di sé riviveva una dopo l’altra le canzoni e le immagini del concerto, forse anche Luca e Giò stavano facendo lo stesso o forse pensavano a quando avrebbero raccontato del concerto agli altri amici del bar. Marco e i suoi amici rientrarono nella loro città come guerrieri trionfanti dopo la dura battaglia, ma ad attenderli non c’era nessuno. Le vie deserte. L’indaffarata e laboriosa Monza se la dormiva in una bolla d’afa. Loro avrebbero voluto svegliare tutti, suonare il clacson all’impazzata, come quando il Milan aveva vinto lo scudetto, volevano gridare: “Ehi, noi abbiamo visto i Pink Floyd! Noi c’eravamo!”
Gli amici si salutarono battendosi un cinque.
“A domani.”
Marco rientrò nella stanza di casa sua; ad attenderlo, appeso alla parete, un mega poster dei Pink Floyd, come lo vide un brivido lo prese, l’adrenalina gli attraversò il corpo, la pelle gli si accapponò di nuovo. Gli echi del concerto vivi orecchie.
“Overhead the albatross hangs motionless upon the air
and deep beneath the rolling waves in labyrinth of coral caves
the echo of a distant time comes billowing across the sand…”
“E chi dorme stanotte?”

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Il mio poster

Stefano Chiarato

Muggiò 18/08/2010