Il richiamo delle Dolomiti

Se c’è un posto che amo delle Dolomiti, se c’è un posto dalle suggestioni forti, che mi dà emozioni indescrivibili, questo è Forcella Travenanzes, lì tra Tofane, Fanes e Lagazuoi.

La giornata è serena e fresca, dopo la pioggia della sera prima. Partiamo in un bel gruppetto da Passo Falzarego, ci incamminiamo verso il Lagazuoi. La Marmolada è lì, a due passi, sembra di toccarla con mano.

Marmolada e funivia del lagazuoi

Più in là Il Nuvolau e le Cinque Torri. Dietro, il Pelmo, la Civetta, la Croda da Lago. Più in là la piramide dell’Antelao.

Da sinistra: Antelao, Cinque Torri, Croda da Lago e Nuvolau

Qui ci si sente dentro al mondo delle Dolomiti. Ci avviciniamo alle pareti alte, vertiginose del Lagazuoi, dietro cui si va a nascondere alla nostra vista la regina Marmolada. Un ultimo sguardo, proprio mentre la cabina rossa della funivia del Lagazuoi attraversa l’Universo azzurro.

Qui il gruppo si divide, la maggior parte prende il sentiero delle gallerie, scavato dai soldati della Grande Guerra dentro al Lagazuoi. In pochi procediamo lungo il facile sentiero normale. Sono stato già altre due volte qui, mi piacerebbe percorrere il sentiero dentro la montagna, fatto di cunicoli, fatica, suggestivo… fatto di Storia. Ma sento un richiamo forte, Forcella Travenanzes mi chiama e io devo andare. Il paesaggio si stringe, passa tra le pareti alte, vertiginose del Lagazuoi e le Torri del Falzarego, in mezzo, più giù, scorre la pista da sci, ricoperta di verde erba. Dopo la Marmolada, ad una ad una spariscono anche le altre Dolomiti. Qui e là, lungo il sentiero piccoli fiori, gli ultimi di un’estate assurda. Ci stacchiamo dalle pareti, il paesaggio si apre a sinistra, l’erba verde della pista da sci ha lasciato il posto a un deserto di sassi. Il sentiero si inerpica con qualche tornante, ancora poco e ci siamo, mi preparo all’emozione, so cosa mi aspetta. Ed eccoci a Forcella Travenazes. Mi investe un’aria gelida. Credevo di essere pronto e invece l’emozione mi coglie come la prima volta. A destra gli immensi blocchi di dolomite delle possenti Tofane, a sinistra i frastagliati Fanes col Lagazuoi Grande, in fondo alla valle si intravede la Croda Rossa e lì in mezzo scende dolcemente la deserta val Travenanzes, una distesa di sassi chiari in mezzo a sabbie rosse e licheni verdi. E penso che le Dolomiti sono Italiane. Il tutto in un gioco di luci e ombre in continuo movimento. I miei occhi si riempiono di questa meraviglia.

Val Travenanzes
Colori della val Travenazes
Fanes e Tofane, in fondo la Croda Rossa
A sinistra il Lagazuoi Grande, a destra le Tofane.

Tutte le Dolomiti sono belle, ricche di fascino, ma per me Forcella Travenzes è … il mio richiamo delle Dolomiti.

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Preludio al mio mondo

Quand’ero bambino mi piaceva disegnare, paesaggi in particolare. Nei miei disegni non mancavo di mettere quattro case, una chiesetta e un immancabile sfondo chiuso dalle montagne.

Quello era il mondo che vedevo dalle finestre della mia casa in pianura. Quello era il mondo che sognavo…

Le Grigne viste dalla riva del lago di Annone.

In inverno sulle cime delle montagne non mancava mai la neve. Oggi quella neve, a causa dei cambiamenti climatici, è diventata una rarità.

Skyline con le Grigne e il Resegone preso da Muggiò.
Il Monte Rosa visto da Muggiò.
Il gruppo del Mischabel con le cime del Dom e Taschorn.
L’Alben e il Pizzo Arera, dove trascorrevo le vacanze da bambino, qui ripresi dalla pianura bergamasca.

Quelle montagne che disegnavo da bambino

sono diventate reali,

sono diventate le mie montagne,

Sono diventate il mio mondo

ma ancora continuo a sognare.

Il libro dei ricordi

Ho lasciato Francesco Guccini che cantava La Locomotiva, su un nastro dentro ad un registratore portatile, e lo ritrovo anni dopo sullo scaffale di una libreria. Non nella sezione Saggi, dove riterrei opportuno che stesse, dato il suo impegno sociale profuso nei testi delle sue canzoni, bensì sullo scaffale dei libri gialli. Guccini, insieme a Loriano Macchiavelli, ha scritto dei bei romanzi gialli.

Ora Guccini è in libreria con un libro di ricordi: Il dizionario delle cose perdute. L’autore ha affidato i ricordi della sua infanzia e adolescenza alla storia. I ricordi del passato quando vengono messi per iscritto e stampati, cessano di essere semplici ricordi e diventano storia. Guccini racconta la storia della vita quotidiana della gente comune, parla di uno stile di vita che è andato perduto insieme alle vecchie cose. É la storia che non troverà spazio sui banchi di scuola.

Il libro in questione forse non sarà ricordato come un capolavoro della letteratura, ma leggendolo è impossibile, per chi ha vissuto anche solo una parte di quei tempi, non immedesimarsi nelle storie narrate. Soprattutto i racconti, più o meno brevi, offrono numerosi motivi di interesse e in particolare di riflessione su come si sia evoluta e spesso migliorata la vita. Una vita agra e dura, ma fatta di cose semplici. Oggi la vita è sicuramente più agiata, ma decisamente più insicura.

Impossibile, leggendo i racconti, non tornare indietro nel tempo.

UN SALTO NEL PASSATO.

La casa dei nonni era in fondo alla stradella. Per arrivarci si passava in mezzo a rade case tra filari di uve, orti e qualche gallina razzolante. Era così diversa dalla mia casa di città. Il pavimento era un tavolato di legno. La camera da letto al piano di sopra e per soffitto c’erano travi e coppi. Io dicevo che i nonni mi facevano dormire in soffitta. Non c’era l’acqua; la si andava a prendere con due secchi d’acciaio all’inizio della stradella e poi riposti nel sottoscala. Quando avevo sete, prendevo il mestolo, posto lì accanto, e bevevo quell’acqua sempre fresca e da un inconfondibile sapore di ruggine.

Dietro la casa in fondo all’orto c’era un canneto, con canne alte e robuste. Il nonno le scrutò bene, ad una ad una, poi tirò fuori di tasca una piccola roncola e ne taglio una. Mi disse: “Questa sarà la tua canna da pesca.” e la pose contro il muro di casa, al sole, perché si seccasse.

Quando la canna fu pronta, il nonno preparò la lenza e come galleggiante ci mise un turacciolo di sughero opportunamente adattato; poi mi chiese di aiutarlo a cercare i vermi. Nei resti di un fosso prosciugato, lì vicino, trovò un bussolotto di latta mezzo arrugginito, che forse era stato un barattolo di conserva, rivoltò due badilate di terra e io infilai le mani in quelle zolle umide e nere, con una certa riluttanza e un po’ di ribrezzo all’inizio, e ne estrassi dei vermi freddi e viscidi.  “Prendi solo quelli grossi, quelli piccoli lasciali per la prossima volta.”

“Ecco, semo pronti” mi disse. In una sporta mise il bussolotto coi vermi e una bottiglia con acqua e vino, la attaccò al manubrio della bici, io sul canotto, le canne in spalla e andammo in campagna. Non c’era nessuno, ma tutto era pulito, ordinato e geometricamente perfetto. L’acqua del fosso era ferma, immobile, ricoperta da un tappeto di alghe a foglioline di un verde brillante, che il nonno chiamava rosta. Pareva senza vita quel fosso, solo qualche grossa libellula dai colori brillanti, si muoveva rapida lungo le rive e qualche rana che si tuffava spaventata al nostro passare. Nelle chiazze d’acqua, libere dalla rosta, il nonno buttò le lenze e mi affidò la custodia della mia canna. Il nonno pescava pesci-gatto, una pesca di attesa. Facevo la guardia al mio turacciolo, immobile nell’acqua, in silenzio. Il nonno aveva detto di fare silenzio e stare fermi che sennò i pesci si spaventano e scappano via. Ma il mio turacciolo non si muoveva e ben presto mollai lo sguardo fisso da quel punto e la mia vista si perse nella vastità della campagna circostante inondata di sole torrido. Tutto era silenzio. Cicale invisibili su pioppi e salici cantavano instancabili la festa dell’estate ormai prossima alla fine. La campagna emanava profumi intensi. Oltre il campo di pannocchie sullo sfondo, nell’arsura del sole, tremolavano i Colli Euganei. Esili campanili, lontani, puntati al cielo, parlavano tra loro il linguaggio dei rintocchi.

Il silenzio fu rotto dallo sferragliare di un vecchio treno che, lento e stanco per le lunghe corse, passò su un ponte di mattoni rossi.

“E’ l’accelerato che viene da Verona e va in stazione a Rovigo.” disse il nonno indicando un punto dove, sopra la campagna, si elevavano le torri alte e diroccate della città. “E’ quello che hai preso tu per venire qui.”

Con una certa emozione mi sforzavo, senza riuscirci, di ricordare se dal finestrino di quel treno avessi visto il fosso dove mi trovavo adesso a pescare.

Il nonno mi raccontò di quel ponte: durante la guerra, una notte era venuto “Pippo”,aveva sganciato una bomba e il ponte era saltato in aria; ora, in quel punto il fosso era molto profondo.

Ascoltavo. Mi piaceva sentire i racconti del nonno.

Il mio sguardo tornò a fermarsi sul turacciolo. Non era più nella stessa posizione.

“Nonno, il galleggiante si è spostato!”

“Allora è venuto a mangiare. Sta’ attento che adesso mangia ancora!”

Ora tutta la mia attenzione era sul turacciolo. Un saltello… un altro e il galleggiante non c’è più!

“Nonno…”

“Tiraaa!”

Tirai con forza. Il pesce uscì prepotente dall’acqua e per un attimo si unì in volo con le rondini. Ora si dibatteva frenetico sull’erba calda della riva. Non era un pesce-gatto come quelli del nonno; aveva una forma vagamente arrotondata, di vari colori sgargianti.

“Att…”. Il nonno non aveva fatto in tempo a fermarmi. Mi ero già precipitato a prendere la mia preda. Il pesce inarcò la sua splendida pinna dorsale, bella come la corona di un re e conficcò un aculeo nel palmo della mia mano. Un dolore lancinante mi attraversò.

Piangevo, trafitto dal mio primo pesce. Il nonno mi allungò un bicchiere con acqua e vino.

“Bevi un goccio, dai.”

“No, non voglio vino, voglio acqua.”

Lo bevve lui; poi scese alla riva e riempì il bicchiere d’acqua: “Toh!”

Era fresca, sapeva di terra. Ma la mano continuava a dolermi.

“Pisciaci sopra!” mi disse.

“Eh? Cosa? E perché?” domandai stupito. Non capivo perché dovessi fare così.

“Pisciaci su! La pipì disinfetta. Così poi ti passa.”

Il nonno sapeva tutto. Feci così. Dopo un po’, non so se per effetto della pipì o cos’altro, il dolore cessò. Allora domandai: “Ma che pesce è?”

“’na oradega. Non è neanche buono da mangiare, è tutto spine.”

Ma la nonna, la sera, lo frisse in padella assieme ai pesci-gatto. Per me era buonissimo!

Avevo pagato lo scotto del principiante, ma adesso potevo dire di essere un pescatore.

Avrei dormito ancora una volta in soffitta, prima di rientrare in città. Prima che la nonna chiudesse gli scuri, diedi un’occhiata fuori. Dietro una fila di alberi c’era l’osteria dove il nonno giocava a bocce. Giungevano voci indistinte tra il cozzare delle bocce e le bestemmie dei veci che beveva ombre de vin. Oltre c’era la campagna, nera, buia, sotto un cielo altrettanto nero. E non si capiva dove finisse la campagna e dove cominciasse il cielo. Un buio profondo. Quel buio profondo aveva la voce di mille grilli.

RITORNO AL FUTURO

A volte penso che la mia generazione abbia ancora da raccontare qualcosa di una vita legata alla terra, fatta di espedienti, fatta di cose semplici. Oggi si è perso il legame con la terra, magari non ce ne accorgiamo, ma ci manca. Allora lo cerchiamo negli orti di città che proliferano nelle periferie o addirittura sui balconi di casa. Ci inventiamo lavori di decoupage per riutilizzare le mani, in modo che queste recuperino un contatto con materie prime e non solo coi tasti di un computer.

A volte penso se mia figlia avrà qualcosa da raccontare. Racconterà di una vita fatta di cemento, di macchine, di cose pronte all’uso e da buttare subito dopo. Racconterà di un mondo virtuale.

Qualche giorno fa, mia figlia, tornando da scuola: “Sai, Papà? Oggi abbiamo usato la LIM.”

“Eh? La LIM? Cos’è la LIM?”

“Ma papà! Non sai cos’è la LIM? Lavagna Interattiva Multimediale! no?”

“….” Resto a bocca aperta, vorrei dire qualcosa, ma ho la lingua bloccata; l’ignoranza mi impedisce di proferir parola!

Guccini in un suo racconto parla di quando sui banchi di scuola c’erano i calamai e per scrivere vi si intingeva il pennino. Calamai e pennini sono andati in pensione alcuni decenni fa. Ora è venuto il momento del pensionamento della vecchia lavagna di pietra nera e dei suoi gessetti bianchi.

Anche la scuola si adegua all’era tecnologica. Niente più polvere di gesso sui banchi di studio.

Per dirla alla Guccini, si potrebbe dire che con la polvere degli ultimi gessetti è sparito l’ultimo pezzo di selvaggio West.

Stefano Chiarato

Una giornata in Val d’Ayas

6 agosto 2021, è ancora notte quando suona la sveglia. Il ritrovo è fissato per le 5:30, partenza per un’escursione in Val d’Ayas con Raf e Marco e raggiungere il rifugio Guide d’Ayas a 3420 m. Alzo la tapparella, il cielo è punteggiato di stelle nell’aria tersa dopo i tremendi temporali dei giorni precedenti. A est un barlume di chiarore.

L’alba ci coglie in autostrada, ad una ad una vediamo illuminarsi le cime del Monte Rosa e degli altri Quattromila svizzeri. Abbiamo appuntamento alle 8:30 con la jeep/navetta che ci porterà ai 2382 m. del Pian di Verra superiore, e che ci consentirà di risparmiare circa 700 m. di dislivello e circa due ore di cammino. Arriviamo un po’ prima e la jeep è in ritardo. Aspettiamo. In valle c’è parecchia gente. L’aria è decisamente fresca; c’è chi ha la giacca a vento e chi è in pantaloni corti e maglietta! Io devo indossare il pile, ma resisto alla giacca a vento e ai guanti!

Arriva la jeep, con noi salgono anche altri due escursionisti, così dividiamo la spesa. L’autista ha una pronuncia non propriamente valdostana, anzi. Gli chiediamo di dov’è. É sardo, qui, in Val d’Aosta! La jeep si inerpica su per la stradina sconnessa che è poco più di una mulattiera, poi finalmente ci scarica al Pian di Verra superiore inondato di sole.

Partenza dal Pian di Verra superiore

Sul sentiero ci sono già parecchi escursionisti, c’è anche una comitiva di ragazzi, forse boy-scout, forse un oratorio. Con così tanta gente sarà difficile riuscire a vedere qualche animale. Il cielo è di un azzurro intenso che contrasta con le cime bianche del Castore e del Polluce. É la giornata ideale per un’escursione in alta montagna: cielo terso e neanche una nuvola. Un po’ meno ideale dal punto di vista fotografico, perché amo i cieli con grandi nuvole. Ma meglio così, per le nuvole ci saranno altre occasioni.

Siamo d’accordo che io e Raf saliremo al rifugio Guide d’Ayas, mentre Marco si fermerà al Mezzalama, non se la sente di affrontare i 400 m. di dislivello ulteriore e molto ripido. Per cui io e Raf procediamo di buon passo e in breve siamo sulla cresta della morena. Una morena enorme, chissà come doveva essere imponente il ghiacciaio che l’ha formata! Qui raggiungiamo la comitiva di ragazzi. Lo scenario è immenso… e noi così piccoli! Il silenzio è rotto solo dalla voce del torrente che fuoriesce dal ghiacciaio con un salto e scorre sul fondo della morena. Ci scambiamo foto davanti alla maestosità dell’ambiente.

Riprendiamo il cammino; sulla morena la vegetazione diventa sempre più scarsa, su uno spiazzo erboso una magnifico esemplare di stambecco, le corna immense, bruca tranquillamente la buona erba, incurante degli escursionisti che gli passano accanto. Ci fermiamo a fotografarlo, siamo proprio a pochi passi e lui lì, tranquillo.

Intanto ci raggiunge anche Marco, ma subito lo riperdiamo perché riprendiamo a salire. Siamo, ormai, quasi a tremila metri di quota, l’aria è fresca e sottile. Ed ecco spuntare il rifugio Mezzalama, ci siamo.

Al rifugio una breve sosta ristoratrice, un panino, un frutto, mentre aspettiamo Marco che vediamo comparire dopo una svolta del sentiero. Sono le 12:30, io e Raf siamo pronti a ripartire. Salutiamo Marco, che farà una breve sosta e nella discesa passerà per il lago Blu. Ci diamo appuntamento, senza un orario a Saint Jacques. Dietro il rifugio parte il sentiero per il Guide d’Ayas, tra enormi sassi e contrafforti rocciosi. La nostra meta è là davanti sul picco di uno sperone roccioso. La salita è dura, non difficile, ma impegna le gambe. Non so se è effetto della quota, ma ogni tanto ho bisogno di un respiro più profondo, sento di pescare l’aria in fondo ai polmoni. Guardo il rifugio e penso: non so se ce la faccio ad arrivare fino là! Almeno un paio di volte lo dico anche a Raf. Ma vado avanti. Il sentiero si spiana e attraversiamo un nevaio, dove affiora anche del ghiaccio. La neve è marcia ed è di un colore rosa spento, che contrasta con quello più scuro del ghiaccio. Giù in fondo al nevaio, un piccolo laghetto glaciale chiuso da unna modesta morena. La traccia lasciata dagli escursionisti è ben evidente.

Al di là del nevaio siamo proprio sotto al rifugio, è in cima a un muro, come diavolo faccio ad arrivare là? Perdo terreno da Raf, ma vado avanti, sbuffo, bevo, infilo i guanti ché ho le mani gelate. Ci sorvola un elicottero, si ferma al rifugio. Lo spostamento d’aria delle sue eliche fa cadere dei sassi giù per la parete!

Dai, ancora uno sforzo, ormai siamo alle corde fisse e a una passerella in legno, una scala e siamo al rifugio! In un’ora e venti dal Mezzalama. siamo andati bene, siamo stati nei tempi stabiliti.

Dalla terrazza del rifugio lo spettacolo è immenso, i ghiacciai sono proprio a ridosso del rifugio, difronte tutta la Val d’Ayas, sullo sfondo il Gran Paradiso e la Grivola.

Non so cosa guardare, non so cosa fotografare, non so cosa dire, sono solo felice, non pensavo di farcela e ora sono qui a godermi questo scenario immenso. C’è diversa gente, sento parlare francese, ci sono alpinisti appena tornati dalla cime del Castore; c’è una lunga fila di ramponi appesi ad asciugare.

Ramponi, come bucato, stesi al sole.

Ci scattiamo un po’ di foto e via si scende. Veloci. Quando attraversiamo il nevaio la luce è cambiata ora ci sono le nuvole e creano giochi di luce. É un obbligo fermarsi a scattare nuovamente delle foto. Poi in breve siamo al Mezzalama, ho fame e tiro fuori dallo zaino un panino, durissimo, le rocce intorno sono più tenere! Ne mangio metà e il companatico che c’è dentro. Cerchiamo di metterci in contatto telefonico con Marco, ma il suo cellulare non prende. Avrà comunque un’ora e mezza di vantaggio su di noi. Quindi, diamo l’ultima occhiata al rifugio Guide d’Ayas lassù, e ripartiamo subito. Sulla morena, incredibile, ritroviamo ancora lo stambecco visto qualche ora prima, è ancora lì. Deve essere proprio buona quell’erba! E non è più solo, qualche metro più in là c’è un altro stambecco. Raf, riesce a contattare Marco, tutto bene, è da poco ripartito dal lago Blu. Scendiamo e arriviamo al punto di partenza, al Pian di Verra superiore.

Pian di Verra Superiore

Vediamo le indicazioni per il lago Blu. Qui ci raggiunge un escursionista solitario, col passo più veloce del nostro. Ci aggreghiamo a lui, ci fa fare delle scorciatoie nel rado bosco. Finalmente siamo al piano di sotto, al Pian di Verra inferiore, m. 2050. Prima di entrare nel fitto bosco, mi volto un’ultima volta a guardare le cime del Castore e del Polluce, le ombre si allungano sulla valle, le nuvole rompono l’azzurro del cielo, è tutto così stupendo!

Pian di Verra inferiore

Via, giù per il bosco. Sentiamo Marco, ci aspetta alla chiesetta di Saint Jacques. Dopo un’ora ci ritroviamo. Alle ore 22 rientro in casa, gatta Ortensia mi aspetta dietro la porta, mi accoglie con un miaooo…

Che giornata memorabile, è stata!

Morimondo

Paolo Rumiz

MORIMONDO

Feltrinelli Editore

ISBN 978-88-07-88714-7

pag. 315, € 10,00

Non mi era mai capitato di arrivare alla fine di un libro, chiuderlo… e il giorno dopo riprendere la lettura dalla prima pagina. Un lungo viaggio sul Po. Anzi, dentro il Po. Partendo dai piedi delle Alpi, là, dove il fiume si rende navigabile, fino al Delta, al mare aperto. Paolo Rumiz, in compagnia di Valentina, Alex e altri vari componenti che si alternano per brevi tratti di fiume, si imbarca, dapprima su una canoa, poi su un barcé ed infine su un cabinato a vela. Da Staffarda alla foce.

Un viaggio dentro il fiume, perché è tanta l’empatia provata dallo scrittore, che diventa anch’esso fiume. E con la sua scrittura è capace di portare dentro a Po anche chi legge. Cosicché anche il lettore si sentirà fiume. <<Una cosa è saltare a bordo e prendere subito il largo. Altra cosa è entrare nel pelago dopo essere rimasti intrappolati per giorni in una sequela interminabile di sabbie, pioppi e meandri.>> In questo passo Rumiz mi ricorda Cesare Pavese: “In automobile si traversa, non si conosce una terra. A piedi, vai in campagna prendi i sentieri, costeggi le vigne, vedi tutto. C’è la stessa differenza che guardare un’acqua e saltarci dentro.” E Rumiz in quell’acqua ci è saltato dentro.

Po, semplicemente Po, senza articolo: <<Perché un fiume non è un luogo, ma una persona, e in questo viaggio mi è accaduto di sentirlo cantare. Stavo vogando in piedi sul barcé assieme al grande Angelo Bosio, quando avvertii improvvisamente sotto la chiglia un canto di cicale o di grilli. Che roba è? Chiesi stupefatto. Il rotolar della ghiaia, rispose Angelo, è il letto del fiume che cammina.>>

Scrittura empatica, quella di Rumiz, che ti porta dentro, ma anche poetica, corredata da sognanti metafore: <<Il sole era tramontato, attorno al Monviso si stava spegnendo il famoso ventaglio di spade di luce, ma il fiume scorreva su un materasso di pepite ancora lucenti>>, <<L’alba impollino la Lombardia di una luce pallida>> o ancora <<Infine deflagrò l’aurora, e un giallo rossastro diede fuoco alle risaie del Ticino>>.

Una navigazione spensierata alla ricerca di angoli e località non note, con soste nelle osterie, dove i nostri naviganti si deliziano di cibi genuini, innaffiati con la Bonarda o il Lambrusco. Una navigazione, a parte il transito nella città di Torino, quasi sempre tra rive deserte o semideserte, tra salici, pioppi e robinie, aironi, cormorani e svolo di rondini. Ma anche zanzare assetate di sangue. Un viaggio tra la natura selvaggia. Ma non mancano le difficoltà: <<Navigavamo alla cieca in una sequenza di ostacoli senza storia, e non era mai il fiume a darci dei problemi, era sempre l’uomo.>> Nel tratto di fiume piemontese i naviganti incontrano diversi sbarramenti a scopo idroelettrico: <<Io non so se mai visto quando svuotano una diga per scaricare i fanghi accumulati. È terrificante. Tutto quello che sta a valle viene spazzato via. Alla fine resta un deserto. E la chiamano energia pulita.>> L’ultimo sbarramento, il più imponente è quello di Isola Serafini, nei pressi di Cremona, il più devastante, che spacca letteralmente il fiume in due. Impossibile la risalita della fauna ittica, specie migratorie sterminate. Ma non solo: a causa dello sprofondamento di Po, il trasbordo delle barche, da una parte all’altra della diga, è possibile solo durante le piene.

Non mancano i riferimenti ai grandi fiumi del mondo: Danubio, Gange, Eufrate, Nilo, Mississippi… negli altri paesi i fiumi sono vissuti, frequentati, navigati; i fiumi sono considerati delle risorse. Po è stato sfruttato come fosse una miniera; una volta esaurito il filone lo si è abbandonato a sé stesso. A questo proposito va ricordato che il fiume è stato depredato delle sue ghiaie, da cave che hanno estratto oltre il consentito e quasi sempre si tratta di cave abusive. Lo stato di abbandono e degrado, traspare chiaramente dalla scrittura dell’Autore. <<Po ha fatto tanto per noi e noi adesso non facciamo niente per Po.>> dice uno dei tanti personaggi incontrati durante le soste. Appunto, i personaggi. Durante le soste Rumiz ha occasione di incontrarsi con la gente comune del posto. C’è posto per la storia: dalla traversata di Annibale, alla ritirata dei Tedeschi. Ci sono racconti che riguardano i classici “matti” del paese. Si ricordano Ligabue e Giuseppe Verdi. Nei discorsi della gente il tempo imperfetto del verbo essere si spreca: era, c’era, c’erano… È come nelle favole: c’era una volta… C’è posto per le leggende come ad esempio quella del lago Gerundo.

Come in un libro di avventure, sull’acqua, non possono mancare i pirati che percorrono il fiume di notte a fari spenti: corrieri della droga, ladri di motori, pescatori di frodo che poi rivendono il pescato, in particolare i siluri, all’estero. <<Qui ci sarebbe un magnifico turismo, ma la gente ha paura… Un fiume intero è ostaggio dei pirati.>> A dimostrazione dello stato di abbandono, i nostri avventurieri non hanno mai incontrato pattuglie delle Forze dell’Ordine. Nessuno ha mai chiesto loro i documenti.

Nei racconti della gente si ricorda come il fiume un tempo fosse pescoso: trote, lucci, storioni… Oggi il fiume è popolato da specie alloctone, in primis il siluro, il quale può raggiungere anche i 100 Kg, si nutre delle altre specie minori, ma anche di anatre e nutrie. Sono poi presenti il gambero della Louisiana, altro predatore, e addirittura il piranha.

Morimondo è il nome che viene dato al barcé che ospita i naviganti nel secondo tratto di discesa. Morimondo è una località, in provincia di Milano, ai confini con quella di Pavia e non distante dal Ticino, che i nostri risalgono per un breve tratto. Qui, Rumiz ricorda di avere avuto, in precedenza, una visione di una misteriosa donna in nero. Donna che gli è apparsa in vari posti, da Kabul a Mikonos a Sarajevo, e che tornerà a mostrarsi alla conclusione del viaggio. Morimondo, un nome che fa pensare allo sperdimento; lo stesso sperdimento che provano l’Autore e i suoi compagni di viaggio durante la discesa di Po.

Dopo lo sbarramento di isola Serafini il viaggio prosegue senza più grandi problemi. A mano a mano che il viaggio prosegue la vicinanza del mare inizia a farsi sentire. Per lo sbocco a mare i nostri prendono il ramo del Po di Goro, vorrebbero perdersi nel Delta per non porre fine al viaggio. Allo stesso modo, anche chi legge, vorrebbe che il viaggio non avesse fine, vorrebbe che la lettura continuasse. C’è ancora il tempo di incontrare pescatori e coltivatori di vongole. Una volta trovatisi davanti al mare aperto, nasce l’idea di proseguire il viaggio oltre il mare. Di là, sulla sponda istriana dell’Adriatico, c’è un’isola di sabbia, Sansego, in mezzo ad altre di roccia. Come se Po attraversasse il mare e andasse a scaricare il suo ultimo limo dall’altra parte del mare. Si cambia barca ancora una volta e si prosegue fino a Sansego, dove il viaggio ha fine.

In questo libro non si parla dello stato di salute delle acque, anche se si ha modo di vedere che è meno peggio di quello che ci si aspettasse, non si parla delle grandi alluvioni, si accenna soltanto alla rotta di Ficarolo che deviò il corso del fiume più a nord, non si parla della geologia e dell’idrografia… Tutto questo è stato già ampiamente documentato da altri esperti. Ma come dice l’Autore: <<Questo è solo un viaggio per sentire. È la leggenda che qui mi interessa, quella che sento ascoltando il canto del fiume tra gli argini o le voci di coloro che vi si affacciano.>>

 Un lungo viaggio dal Piemonte all’Istria, tutto sul filo del 45° parallelo. Un gran viaggio. Un gran libro.

Emozioni di luce

Lo scrittore, il poeta, scrivono pensieri e parole con l’inchiostro.

Il pittore usa i colori per descrivere e inventare scene di vita quotidiana.

Il fotografo usa la luce per scrivere l’immagine di un momento.

A volte le immagini suscitano parole e pensieri, a volte le parole evocano immagini e figure.

Ognuno comunica e racconta storie ed emozioni utilizzando strumenti diversi.

Ultimamente scrivo abbastanza poco con l’inchiostro o la grafite ( a volte scrivo ancora così e poi copio al computer, ma spesso scrivo direttamente col computer come sto facendo ora). Ultimamente scrivo molto con la luce usando la mia fotocamera. Basta un millesimo di secondo per scrivere un’immagine con la luce. Potrebbe sembrare una cosa veloce e fredda, ma può darsi che quell’immagine sia stata pensata a lungo e non ci fossero le condizioni di luce ideale per scriverla. Tempo fa mentre ero uscito per fare la mia corsetta di allenamento ho visto da lontano la chiesa di Muggiò sotto un cielo a pecorelle; in quel momento ho immaginato la foto in bianco e nero. Ho atteso quasi sei mesi perché si verificasse una scena simile, ma non uguale a quella che avevo in mente, perché la luce viene una volta sola e quando torna non è mai uguale a quella di prima. Fotografia è anche avere pazienza.

Ora è tempo di papaveri. Recentemente durante un viaggio in Toscana, dal treno ho visto campi di papaveri rossi. È difficile dalle mie parti trovare un campo, esteso, di soli papaveri. Qualche giorno fa, con la mia macchina fotografica sono andato a caccia di papaveri. Ed è stata una gioia, una inaspettata emozione rivedere i fiordalisi, pochi, ma belli, in un campo di grano alla periferia urbana di Monza; un piccolo campo strizzato  tra le città.

Quando ero bambino, in questa stagione, andavo per campi, e raccoglievo papaveri e fiordalisi a mazzi. Il tempo di arrivare a casa e i papaveri erano già avvizziti, i fiordalisi no. Mia mamma li metteva in un vasetto o un bicchiere con l’acqua.

Non ho più rivisto i fiordalisi per quarant’anni! Completamente spariti a causa dell’urbanizzazione, degli erbicidi, pesticidi e altre diavolerie impossibili e inimmaginabili. Poi quattro o cinque anni fa ne ho rivisto qualcuno in un piccolo campo vicino alla città. L’anno scorso ne ho trovato un campo intero! Ma erano seminati nell’ambito di un progetto di recupero, appunto, del fiore stesso. Questi visti adesso invece sono veri e spontanei.

Ecco con la luce mi piace raccontare storie, emozioni di un fugace momento, ma che riempiono e arricchiscono l’anima.

Se… c’è COVID per tutti.

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È colpa del governo… è colpa della regione… è colpa del Sindaco… è colpa della ASL… è colpa dei giovani e della movida… è colpa dei vecchi che vanno al mercato… è colpa di questo, quello e quell’altro. Ma non sarà anche colpa nostra? Non sarà anche colpa nostra se siamo di nuovo in lockdown? Ce lo avevano detto che ci sarebbe stata la seconda ondata di covid, ma TUTTI abbiamo mollato la guardia, abbiamo abbassato o tolto la mascherina dal volto. Ci avevano detto di stare in Italia per le ferie, a milionate siamo andati in Spagna e Croazia (io no!) e siamo tornati impestati. Colpa del governo, no della regione… Ci avevano detto di mantenere le distanze; a maggio ero stato con gli amici in un pub: eravamo in sei, all’aperto, su tre tavoli e occupavamo una superficie di circa 10 mq. Stesso posto quattro mesi dopo eravamo in quattro, all’interno, su un unico tavolo uno di fianco all’altro, uno difronte all’altro. Se non si tengono le distanze di chi è la colpa? Della regione, no del governo…

E non si può andare allo stadio, al teatro, al cinema… il problema non è la capienza, il problema è l’ingresso. Anche se in uno stadio da 50000 posti potessimo entrare in 10000, arriveremmo tutti poco prima dell’inizio dell’evento entrando da una strettoia. Chi è disposto ad andarci 2 o 3 o 4 ore prima? Però quando andiamo all’appuntamento dallo specialista in ospedale, arriviamo una o due ore prima, (perché arriviamo da lontano!) e magari con accompagnatore, anche se non serve, così si raddoppia la possibilità del contagio.

E tutti a lamentarci che su bus e metrò si sta schiacciati come sardine, poi andiamo in ospedale e prendiamo l’ascensore e fa niente se c’è un cartello che dice: una persona alla volta nell’ascensore piccolo, tutti a bordo che ci scappa l’appuntamento! Però ci lamentiamo di bus e metrò dove si sta schiacciati come sardine. Colpa dell’ospedale, no della ASL o ATS (che dir si voglia).

È sempre colpa degli altri, mai di noi stessi. Le regole valgono solo per gli altri, mai per noi!

Il vaccino non c’è, è ancora lontano. L’unica cosa da fare è isolarci, non avere contatti con altre persone, e quando non è possibile evitarli bisogna indossare la mascherina, bene, sopra al naso fin sotto gli occhi. Bisogna evitare la semplice convivialità. Bisogna portare pazienza, è una guerra che bisogna combattere così, con pazienza. Già ci siamo dimenticati tutti che ci avevano detto di non toccarci occhi, naso e bocca con le mani. Bisogna farlo: lavarsi le mani spesso. Queste sono le armi che abbiamo a disposizione adesso: mascherina, distanza, sapone, isolamento, pazienza.

Il virus non entra in casa nostra, a meno che non siamo noi a portarcelo da fuori!

INDOSSIAMO LA MASCHERINA. SEMPRE !!!

Siamo un popolo di caproni ignoranti, abbiamo bisogno che ci impongano un lockdown, perché da soli non siamo capaci di regolarci!

Lo so anch’io che governo e regioni hanno le loro enormi responsabilità, ma nel nostro piccolo le abbiamo anche noi. Se loro non fanno niente, qualcosina possiamo farla noi. O no?

Una settimana DoloMitica (VI parte)

Il programma di oggi, 26 luglio 2020, prevede l’escursione a Seceda e le Odle. Partenza dal parcheggio di Cristauta Praplan, a monte di Selva di Val Gardena. Scarponi ai piedi e zaino in spalla… e siamo pronti ad affrontare i circa 800 m. di dislivello che ci attendono.  Si va! Il cielo è nuvoloso, e le nubi avvolgono le Dolomiti. Sul sentiero incontriamo delle immancabili mucche al pascolo.

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Mucche al pascolo davanti al Sassolungo

Attraversiamo un bel bosco, dove ogni tanto si aprono begli scorci panoramici. Nel bosco incontriamo un simpatico scoiattolo.

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All’uscita dal bosco ci si parano davanti gli splendidi prati percorsi da una incredibile rete di sentieri. Seguiamo l’indicazione per Seceda, ma ad un bivio successivo non ne troviamo più. Ma come? Così perfetti questi Atesini… e adesso? Ad una malga, punto di ristoro, chiediamo informazioni a una cameriera: << Buongiorno, scusi per Seceda?>> e questa, col vassoio sulle mani, prontamente risponde: <<Zu, zu, zu!>> L’ultimo “zu” era molto ripido!

Arrivati alla stazione della funivia, punto panoramico, le nuvole avvolgono tutta la val di Funes, che ci resta invisibile.

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Le Odle

Comunque le nuvole contribuiscono a rendere fatato questo splendido posto.

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E incontriamo simpatiche marmottine e bellissime stelle alpine.

Mentre ci ristoriamo, vediamo arrivare un gruppetto di persone con degli zaini enormi. Ma dove andranno con degli zaini così?  Non erano semplici zaini, ma sacche del parapendio. Si mettono sul prato, dispiegano il parapendio e… via! si lanciano nel silenzioso vuoto delle dolomiti, cullati dalle correnti d’aria.

Intanto le nuvole si sono diradate e ora le Odle ci appaiono in tutto la loro verticalità, in tutto il loro splendore.

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Grazie agli impianti di risalita, quassù arriva parecchia gente, oltretutto è domenica. Prendiamo un sentiero opposto a quello che abbiamo risalito e iniziamo la discesa, così da completare l’escursione con un percorso ad anello. Un po’ stanchi, ma appagati e soddisfatti torniamo al parcheggio e rientriamo in val Badia e possiamo iniziare a preparare i nostri bagagli per fare ritorno in pianura.

Ma prima…

La mattina dopo, una volta lasciato libero l’appartamento che ci ha ospitato, percorriamo per l’ultima volta il passo Gardena e il passo Sella. Ci fermiamo a Canazei, perché da qui parte la nostra ultima panoramica escursione. Con la funivia saliamo al belvedere e iniziamo a percorrere il Viel dal pan. La giornata è bella e come sempre nuvole sparse qua e là sui monti. Il Viel dal pan si snoda ad una quota di circa 2400-2500 m., tra il gruppo del Sella e la Marmolada, con visione anche del Sassolungo e della Civetta.

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La Marmolada

Transitiamo dal rifugio Viel dal Pan.

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Uno dei punti panoramici sul lago Fedaia

Il sentiero si divide, una parte scende giù al lago, l’altra rimane in quota e prosegue per Porta Vescovo e il rifugio Padon. Arriviamo a Porta Vescovo a mezzogiorno passato, per il Padon manca ancora un’ora. Decidiamo di fermarci qui anche perché il ritorno a Canazei lo vogliamo fare a piedi e non in funivia. A Porta Vescovo ci fermiamo a un rifugio/ristorante modernissimo da cui esce musica  space ambient, roba da fantascienza, che cattura le mie orecchie. Ci accomodiamo sui tavoli all’aperto e concludiamo l’escursione con una doverosa fetta di strudel!

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“Strumenti di lavoro”

Oggi non incontriamo le classiche mucche, ma passiamo in mezzo a un folto gregge di pecore.

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le nuvole finalmente si sollevano e ci lasciano vedere le Dolomiti che ci hanno tenuto compagnia in questi giorni.

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Il gruppo del Sella

E concludiamo la nostra escursione e vacanza con l’ultima immagine della regina delle Dolomiti, la Marmolada.

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Iniziamo la lunga discesa verso Canazei. Risaliamo sulla nostra auto. Vediamo sfilare i paesi della val di Fassa e Fiemme; sfilano anche i meleti e i vigneti della valle dell’Adige. Il profilo delle montagne si abbassa sempre più, fino a che davanti a noi rimane il paesaggio piatto, avvolto di foschia e smog, della pianura. Le Dolomiti sono là dietro, nascoste. Il nostro è solo un arrivederci. Ci sono ancora tanti posti, tante montagne da visitare. Torneremo!

 

Una settimana DoloMitica (V parte)

25 luglio 2020, il giorno più lungo della nostra settimana in Dolomiti. Oggi abbiamo in programma il lago di Braies. Tappa fortemente voluta da mia figlia Martina, ma anche da me. Abbiamo aspettato il giorno con il meteo migliore. E’ il giorno più lungo perché inizia nel cuore della notte. L’obiettivo è fotografare l’alba al lago di Braies. Noi siamo in val Badia, a circa un’ora di strada dal lago, quindi sveglia alle ore 3:20!!! Alle 4:45 siamo sul posto, è ancora notte e nei pressi della palafitta una schiera di fotografi già pronti e in attesa. Comunque c’è posto anche per noi e piazziamo il nostro treppiede e aspettiamo. Il cielo non è proprio sereno, l’alba potrebbe essere un flop oppure potrebbe essere il top se quelle nuvole dovessero arrossarsi al primo sole. Inoltre nuvole di vapore vagano davanti alla Croda del Becco.

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Croda del Becco m.2810

Ci vorrebe un obiettivo da 16 mm. per poter includere tutto il riflesso nel fotogramma. Qualcosa dobbiamo tagliare. Oppure fotografare in verticale.

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Lago di Braies e Croda del Becco

Sono le ore 5:45, è il momento fatidico. Le nuvole si sono dissolte e si è alzata una leggera brezza che increspa la superficie del lago. Non c’è più il problema di includere il riflesso.

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Arriva il sole sulla Croda. E’ un’alba dalla luce bianca, niente di spettacolare. La Croda si arrossa solo un pochino.

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Il momento clou è passato; restiamo un attimo a goderci questo luogo magico. Poi iniziamo il tour del lago.

 

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Terminato il giro del lago, è ancora un po’ presto e decidiamo di visitare anche quello di Dobbiaco. Troviamo anche un chiosco carino per una veloce colazione.

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Lago di Dobbiaco

Ecco, ora possiamo fare ritorno in val Badia. Pranzare, recuperare un po’ del sonno perso e prepararci per la seconda parte della giornata.

Se la prima parte della giornata è stata dedicata all’alba, la seconda non può che essere dedicata al tramonto. Dall’alba al tramonto! Bene, verso le 18 partenza per il passo Giau. Abbiamo scelto questa meta per immortalare il nostro tramonto dolomitico.

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Ra Gusela m. 2595

Ci sono molte nuvole riusciremo a vedere il tramonto? Intanto il sole filtra tra le nuvole e illumina la Croda da Lago e crea giochi di luci e ombre.

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Croda da Lago

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La temperatura adesso è scesa, fa freschino e la giacca si rende necessaria.

Tra una nuvola e l’altra osserviamo il sole abbassarsi sull’orizzonte e calare dietro i Settsass.

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Settsass

Attendiamo ancora un po’ per assistere al crepuscolo.

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Morbide nuvole di vapore si adagiano sulle Dolomiti, come a proteggerle dal freddo della notte. E’ l’ultima immagine della giornata più lunga. Possiamo andare a dormire.

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Una settimana DoloMitica (IV parte)

24 luglio 2020, previsioni meteo pessime. Piogge diffuse già dal primo mattino. Avevamo programmato di andare al passo Giau e compiere un’escursione partendo da lì. Quando ci svegliamo non piove, anzi sembra quasi che voglia schiarire. Prepariamo gli zaini e usciamo, ma appena saliti in macchina inizia a piovere. Andiamo lo stesso. Quando arriviamo al passo Falzarego piove discretamente. Il cielo si è chiuso. Ci fermiamo e aspettiamo una schiarita. Anzi, la pioggia aumenta e… la temperatura diminuisce. Consultiamo di nuovo le previsioni: ora a passo Giau, contrariamente a ieri, danno pioggia fino alle 16; viceversa al passo Sella il tempo migliora e prevedono un raggio di sole per le 14. Andiamo là! Nell’attesa mangiamo i nostri panini in auto, tanto è quasi mezzogiorno. La pioggia cessa, usciamo andiamo a berci un caffè. Fa freddino, poca gente in giro. Alziamo lo sguardo, si intravvede la Tofana di Rozes, è impolverata di neve fresca.

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Tofana di Rozes m. 3225

Riprendiamo l’auto e ci dirigiamo verso il passo Sella transitando da quello di Pordoi. Mentre scendiamo ci fermiamo prima a fotografare il castello di Andraz, poi finiamo in un banco di nebbia. Anche la nebbia ha il suo fascino.

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castello di Andraz

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Nebbia. (photo by Martina)

Anche il Piz Boè è imbiancato da una leggera nevicata.

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Sullo sfondo il Piz Boè

E ci fermiamo anche per ammirare il Pelmo e la Civetta.

Dopo Arabba iniziamo a risalire i 33 tornanti del passo Pordoi.

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Giunti al passo, facciamo sosta. Scendiamo e saliamo su alla cappelletta e poi ci incamminiamo su un sentiero che si collega quello che arriva dal Belvedere di Canazei, noto come Viel dal pan. Da questo sentiero cominciamo a intravvedere la Marmolada.

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Lungo il sentiero sentiamo, giù in basso nel vallone, una marmotta che incessante lancia il suo fischio di allarme. La individuiamo sopra una delle tante rocce.

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Pensiamo che continui a fischiare, perché poco più avanti di dove siamo noi ci sono delle persone con un cagnolino, ma anche quando queste si allontano, la marmotta insiste a lanciare l’allarme. Guardando sui sassi scorgiamo qualcosa, c’è una volpe che se la dorme alla grande!

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Arriviamo a una sella da dove il panorama si fa grande. Possiamo vedere lo Sciliar e il Sassolungo incoronato dalle nuvole.

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Dall’altra parte vediamo la Marmolada

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Mentre torniamo verso il passo Pordoi, le nuvole cominciano a dare spettacolo.

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E siamo di nuovo al passo. Il tempo di scattare tre foto e si riparte.

Giù dal passo Pordoi e su al passo Sella.

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Passo Sella m. 2240

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Il Sassolungo

Non ci siamo fatti intimorire dal brutto tempo, abbiamo avuto la costanza di aspettare, la Natura ci ha ripagato offrendoci spettacoli e panorami mozzafiato. Anche una giornata di tempo avverso può avere il suo fascino.

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Le Cinque dita (Sassolungo)

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Punta Grohmann (Sassolungo)